Le rovine del neoliberismo
- Linea Reggiana
- 7 lug 2020
- Tempo di lettura: 8 min
Note su "Il paradosso della libertà" di Massimo De Carolis, edizioni Quodlibet, Macerata 2017.
A partire da un testo di qualche anno fa cominciamo ad addentrarci sugli effetti che ha portato la politica neoliberista, la quale, è esattamente il contrario di ciò che veniva continuamente millantato. Niente di quanto grandioso veniva illustrato si è realizzato, anzi è avvenuto l'esatto opposto. Ma è questo è il punto, hanno venduto bene il loro prodotto. Ma non è mai troppo tardi, per quanti vi abbiano creduto, riuscire ad aprire gli occhi.

Le politiche neo-liberiste si sono imposte nel mondo nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, ad iniziare dalle politiche dei governi della Tatcher e di Reagan. Da allora sono diventate diffuse ed ordinarie, tanto da identificarle come il "pensiero unico", che non ammette alternative. Questo è stato in effetti lo slogan con cui la Tatcher propagandava le sue scelte politiche: there is not alternative. Ma a motivare quelle scelte non era una situazione di crisi o una necessità oggettiva, piuttosto una netta presa di posizione nella lotta di classe. La svolta neoliberista dei governi occidentali si conquistò il suo spazio politico sconfiggendo la classe operaia, attaccando i lavoratori che con l'arma dello sciopero e della solidarietà facevano valere la forza della loro unità. La Tatcher ottenne la sua vittoria sconfiggendo i minatori, Reagan sconfiggendo i controllori di volo, in Italia furono sconfitti gli operai della Fiat. Lotte che durarono mesi, e in cui la sconfitta della classe operaia fu il segno della rottura della solidarietà che univa i lavoratori, i cittadini, i sindacati e i partiti della sinistra storica. Furono queste le battaglie che hanno segnato un cambio d'epoca, il passaggio dalla società aperta del conflitto sociale e politico che dopo la seconda guerra mondiale aveva visto l'aumento dei diritti, della istruzione, del benessere, le lotte contro il colonialismo per la liberazione dei popoli, ad una società che nega il conflitto, che si disinteressa dei diritti, che ha trasformato la guerra in una ordinaria operazione di polizia.
Questi brevi richiami storici sono una premessa necessaria, la loro rilevanza diventerà del tutto evidente quando dovremo provare a tirare delle conclusioni sul neoliberismo, su quello che appare il suo inesorabile crollo.
De Carolis avvia la sua ricerca sul neoliberismo a seguito della crisi della finanza globale del 2007, il primo segno evidente che una profonda trasformazione era iniziata. Da allora di questa profonda trasformazione si affollano i segni, da ultimo la pandemia da coronavirus, ma non sembra mai diventare reale. Lo studio di De Carolis non ci aiuta a capire perché questi segni restano solo segni. La sua premessa è una scelta consapevole, quella di utilizzare uno sguardo interno alla teoria neoliberista, e ciò ne costituisce il limite evidente, cioè di escludere la ricerca di alternative. Ma chiarito questo limite resta il merito: cogliere la crisi del neoliberismo non a seguito di una critica alle sue premesse ideologiche, ma come diretta conseguenza di esse, insomma come limite immanente e come paradosso di un modo di pensare e di una logica che ottiene l'esatto contrario di ciò che dichiara. La rilevanza di uno studio condotto con questa modalità è chiara se si ammette che il neoliberismo non è stato solo un insieme di atti governamentali (economici, sociali, militari) ma anche appunto un pensiero, una ideologia, una Weltanschauung. Non a caso De Carolis introduce il suo libro con un richiamo al crollo dell'Unione Sovietica e al passaggio dei paesi socialisti al regime del libero mercato. Gli anni Novanta sono stati gli anni della intensa propaganda che identificava socialismo e nazismo nella comune identità di totalitarismo, gli anni del negazionismo dei lager nazisti, della assimilazione tra partigiani e repubblichini. Sono stati questi gli strumenti per spezzare la storia delle lotte, per annullare il valore delle conquiste, per trasformare i diritti conquistati con la solidarietà in privilegi da difendere con l'egoismo, per diffondere la falsa idea che il benessere sia una concessione data nella misura del possibile anziché una conquista che cambia l'economia e crea nuove possibilità.
Il punto di partenza di De Carolis è l'ipotesi che il neoliberismo ha fornito la risposta vincente ad un problema profondo, cioè la crisi della modernità intravista già agli inizi del Novecento, una crisi a cui il neoliberismo ha dato come risposta la libertà del mercato e delle infinite possibilità a cui esso apre. Meno Stato e più mercato era lo slogan con cui Reagan conquistò l'elezione alla Casa Bianca. Ciò non ha mai significato una riduzione dei poteri dello Stato, piuttosto il debellamento della sua funzione di regolazione dell'economia e di redistribuzione della ricchezza. L'attacco allo Stato è proceduto in questi decenni in modo continuo, senza che mai sia diminuito l'uso della forza, anzi si è accresciuta la repressione interna, sono aumentate le carceri, si sono creati i campi per recludere i migranti, sono riprese le guerre in difesa degli interessi imperialisti e per reprimere i popoli esclusi, come in Palestina o nel Rojava. In Italia l'attacco allo Stato ha trovato il suo apice nel governo Renzi, che in pochi mesi ha sottratto rappresentatività, abolendo le circoscrizioni e le province e progettando l'abolizione del Senato, delegittimando il ruolo civile della scuola e obbligando gli adolescenti al lavoro gratuito , abolendo l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Lo Stato ne esce fuori del tutto privo del suo ruolo di strumento della democrazia e di emancipazione sociale. I cittadini sono lasciati soli, il mercato è libero di assoggettarli alle proprie regole.
L’idea che il mercato sia il luogo della libertà presuppone che nel mercato siamo tutti uguali, anzi che solo nel mercato diventiamo uguali. Cosa ci rende uguali? Il mercato è il regno della possibilità, e tutti siamo uguali perché tutti abbiamo o dobbiamo avere le stesse possibilità. Il ruolo dello Stato deve limitarsi a garantire che il mercato funzioni in modo libero, come libero mercato, in cui vige la libera concorrenza e quindi si possa in effetti avere tutti le stesse possibilità.
Il possibile prevale sul reale. Non tutti siamo uguali, questo è reale. Tutti abbiamo le stesse opportunità, questo è solo possibile. La conclusione a cui giunge De Carolis non lascia alcuna ambiguità: il neoliberismo mostra il suo "punto cieco" anzi una vera e propria rimozione: laddove esso ipotizza uguaglianza e libertà c'è invece disuguaglianza e potere. Il mercato è il luogo della concentrazione della ricchezza e di esercizio del potere economico. Il risultato a cui è alla fine pervenuto il neoliberismo è proprio ciò che esso si proponeva di impedire, ovvero la feudalizzazione della società.
Per comprendere con chiarezza e semplicità il motivo per cui si è giunti a questo risultato conviene però abbandonare i concetti filosofici di cui fa uso De Carolis e ricorrere a quelle della critica dell'economia politica. De Carolis parla infatti della finanziarizzazione dell'economia provando ad interpretarla attraverso i concetto di fiducia e di fedeltà. È invece opportuno fare ricorso al concetto, che introduce Marx nei Grundrisse, di capitalizzazione. Questo concetto dice che la ricchezza assume la forma di capitale. Ciò significa che il valore della ricchezza, la sua misura, dipende dal profitto che se ne trae. Qualunque sia la natura per così dire materiale della ricchezza posseduta. Poniamo l'ipotesi di possedere un titolo di credito emesso dallo Stato. Il suo valore dipende dal profitto che se ne può trarre. Se il titolo ha un valore nominale di mille e fornisce un interesse del 5% ma il tasso medio del profitto è del 10% il valore di mercato di quel titolo sarà di 500. Le conseguenze della capitalizzazione della ricchezza sono tanto stringenti quanto universali. Se si possiede un appartamento e lo si vuole affittare il canone d'affitto non sarà calcolato in funzione di un ipotetico mercato degli affitti, dove la domanda sarebbe dettata dal reddito di chi deve pagare l'affitto, ma dal saggio medio del profitto, per cui quell'appartamento costituisce un investimento che deve fruttare un profitto equiparabile al profitto medio, trarne un affitto minore ridurrebbe il valore dell'appartamento, per cui conviene lasciarlo sfitto. Chi possiede ricchezza, qualunque forma concreta abbia, denaro, titoli, beni materiali, è disposto a cederla in uso, per credito, per affitto o altro, solo se può realizzare un profitto medio. Questa è stata esattamente l'alternativa dell'uso della ricchezza che si era posta nel passaggio dal. Medioevo alla. Modernità (che Foucault ricostruisce in un capitolo di Le parola e le cose) . Nella concezione feudale la ricchezza era un possesso e il valore di quella ricchezza era determinato dal possessore, che era disposto a cederla solo se ne traeva un giusto guadagno. A questa concezione si opponeva quella moderna, secondo cui la ricchezza era il risultato della produzione e si doveva misurare sulla base della quantità di lavoro necessario alla sua produzione. Se oggi si può parlare di un processo di rifeudalizzazione della società è proprio perché il valore della ricchezza non è misurato sulla base del lavoro necessario alla sua produzione, ma in funzione del profitto atteso, che decide se quella ricchezza sarà disponibile oppure lasciata inoperosa, esattamente come veniva lasciata incolta la terra dei latifondisti.
Se si è cercato fin qui di seguire, anche se senza troppa fedeltà, lo studio di De Carolis, bisogna adesso volgere lo sguardo da un'altra parte, per cercare di dire qualcosa che possa tornare utile alla nostra prassi. La domanda da porsi adesso è la seguente : posto che la capitalizzazione dell'economia (quella cosa a cui ci si riferisce quando si parla di finanziarizzazione dell'economia globale) conduce a politiche deflattive, in cui la produzione di nuova ricchezza è subordinata alla possibilità di ottenere un profitto medio, in che modo possiamo immaginare la produzione di nuova ricchezza al di fuori del dispositivo della capitalizzazione? Sappiamo ad esempio che per sottrarre le terre incolte al possesso dei latifondisti e renderle produttive di nuova ricchezza i contadini avevano un modo semplice e chiaro: occupare le terre, riappropriarsi della terra. Oggi non siamo in una condizione tanto diversa: occorre riappropriarsi della ricchezza monetaria, riappropriarsi di reddito.
Ci sono posizioni critiche nei confronti della rivendicazione del reddito universale di base. Queste critiche mettono in evidenza che si tratterebbe di forme di assistenza che implicano un aumento del controllo sociale, come avviene per la misura adottata in Italia del reddito di cittadinanza, che prescrive anche quale uso si deve fare dei soldi, e fanno ricorso all'esempio di quel ragazzo inglese che pur di sottrarsi al controllo sulla sua vita ha preferito rinunciare a ogni forma di sussidio. Non solo è evidente che bisognerebbe opporsi al controllo e non certo al reddito, ma deve anche essere chiaro che non si tratta di misure assistenziali, come se ottenere reddito vendendo la propria forza lavoro sia un atto moralmente eccellente. Dovrebbe essere chiaro che non si tratta solo di rivendicare un diritto, ma anche di trasformare l'economia, la produzione e il consumo. Una trasformazione che non può avvenire attraverso la rivendicazione della decrescita. Se si continua a creare disoccupazione e povertà non avverrà mai alcun cambiamento della produzione e dei consumi, perché si rimarrà legati a condizioni di bisogno e di necessità. Solo se aumenta la libertà avranno spazio economico bisogni ricchi, bisogni e desideri che riguardano non solo il necessario ma anche la cultura, la bellezza; solo se si è più ricchi potremo finalmente subordinare la produzione agli equilibri ecologici invece che continuare a sacrificare la natura con la motivazione della necessità economica. Reddito universale significa riappropriarsi della ricchezza prodotta socialmente, liberare la ricchezza che esiste dal dispositivo della capitalizzazione. A metà degli anni Settanta fu pubblicato uno studio di alcuni accademici statunitensi che registrava un cambiamento avvenuto nel mercato del lavoro. Era avvenuto che a seguito dell'aumento dei salari, del welfare e cioè della ricchezza disponibile i lavoratori cominciavano ad essere meno disponibili al mercato del lavoro, sceglievano forme di lavoro part-time, o lavori precari o altre modalità che riducevano la quantità di lavoro necessaria per la loro vita. Non è l'aumento della ricchezza, l'accumulazione l'obiettivo dei lavoratori, ma la riduzione del lavoro, reso possibile dall'aumento del reddito disponibile. Lavorare meno significa avere più tempo per curare l'interesse collettivo, il bene comune, la vita culturale e civile, l'ambiente, la democrazia e la libertà. È qui che va ricercato il vero motivo della inspiegabile vittoria del neoliberismo. Esso ha ristabilito il buon funzionamento del mercato del lavoro, riducendo il reddito e i diritti, creando povertà, costringendo alla necessità di vendere la propria forza lavoro..
Siamo così tornati a quanto si diceva in premessa. De Carolis ha dimostrato con il suo studio l'incoerenza interna del pensiero e della politica neoliberista, che ci ha condotti esattamente dove non doveva, cioè alla accentuazione dei rapporti di potere, a un accrescimento delle disuguaglianze , della esclusione sociale, delle discriminazioni, dell'uso della forza. L'esercizio del potere non è diminuito, ma al contrario si è sempre più diffuso, dal monopolio dello Stato all'oligopolio dei mercati e dei possessori di capitali. E il potere non smette di essere esercitato perché ha capito di essere incoerente. Tocca a noi, a quelli su cui il potere si esercita, mettere un freno.
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