Per un’ Università pubblica, efficace e non discriminatoria.
- REDAZIONE
- 12 apr 2020
- Tempo di lettura: 5 min

Da sempre uno dei problemi principali che lo studente universitario si trova ad affrontare sono i costi. In una situazione di “normalità” i costi principali, esclusa la variabile (non indifferente) di testi e materiali necessari per lo studio, sono principalmente le tasse universitarie e l’affitto per i fuorisede. Entrambi hanno costi estremamente elevati, soprattutto considerando la situazione economica dello studente universitario medio, che al massimo può svolgere lavori part-time e per il resto appoggiarsi alla propria famiglia. In una situazione di crisi, come quella attuale, come stanno le cose? Sappiamo che le condizioni di vita sono profondamente cambiate, ma i costi restano pressoché invariati. Gli affitti degli studenti fuorisede sono rimasti gli stessi, nonostante il fatto che molti di loro al momento siano rientrati nelle loro città di provenienza. Di per sé questo è normale, ma si risente ancora di più del costo estremamente elevato degli affitti, che al termine di questasituazione di emergenza potrebbe addirittura aumentare.
Per quanto riguarda le tasse, l’unica agevolazione offerta da alcune università è la proroga della scadenza del pagamento di circa un mese. Questo spinge a chiedersi in quali servizi vengano investite le tasse che noi studenti paghiamo. In parte esse servono a pagare i professori e tutto il personale che lavora all’interno dell’università. Questo è più che legittimo, anzi sarebbe scorretto che per via dell’emergenza queste persone non venissero pagate. Oltre a questo le tasse servono a pagare affitti e utenze delle sedi universitarie e alcune attrezzature specifiche utilizzate in particolare da determinate facoltà. Tuttavia al momento tutte le attività didattiche si stanno svolgendo “in modalità remota”, ovvero: da casa. Quindi nessuno studente utilizza attrezzature né può accedere alle sedi universitarie. In pratica stiamo pagando per dei servizi di cui non usufruiamo. Certamente l’università deve comunque pagare affitto e utenze e mantenere le attrezzature, ma sono costi che in questo momento non dovrebbero ricadere sugli studenti. Viene spontaneo chiedersi se questa situazione non sia una conseguenza dei continui tagli all’istruzione, che non rendono possibile gestire una simile crisi senza gravare sulle nostre spalle. Una problematica che non ci stancheremo mai di sottolineare è la questione della disparità sociale. In questa situazione diventa particolarmente evidente perché non tutti hanno i mezzi sia fisici che economici per poter seguire le “lezioni Online”. I rischi sono di finire fuoricorso o comunque avere difficoltà a sostenere esami, anch’essi online, nei tempi previsti, o addirittura di non poter sostenere esami di corsi a frequenza obbligatoria (la frequenza obbligatoria in questo momento è teoricamente sospesa, ma di fatto resta a discrezione di ogni professore segnare le presenze). Possiamo osservare dunque come chi già ha delle difficoltà economiche o di apprendimento si ritrovi in un loop negativo: un minor rendimento e quindi minori probabilità di poter usufruire dei benefici economici messi a disposizione delle università, quindi di nuovo minori possibilità di rendimento. Infatti l’università mette a disposizione dei mezzi, già oggetto di molte controversie, per aiutare chi ha difficoltà economiche, come le borse di studio. Tuttavia per mantenere una borsa di studio è necessario conseguire un numero stabilito di crediti entro una certa data. Questo mette in svantaggio chi ha problemi di apprendimento o qualunque sorta di impedimento a sostenere esami, impedimenti che in questo momento si moltiplicano. Il problema di fondo è sempre lo stesso: mancano tutele sufficienti per chi si trova in difficoltà. E non bastano iniziative come la distribuzione di 100 schede sim gratuite per il wifi su tutta l’Emilia Romagna. Manca una comprensione reale delle problematiche dello studente. Sono emerse inoltre dalla situazione attuale alcune problematiche relative alla didattica. Non abbiamo intenzione di puntare il dito contro la “didattica Online”, che pur non essendo equivalente alla didattica in presenza, in questo momento risulta l’unica alternativa attuabile per evitare una sospensione totale delle attività. Tuttavia vogliamo sottolineare alcune difficoltà degli studenti in particolare per quanto riguarda esami e tirocini.
È vero che si tratta di un metodo completamente nuovo a cui molti professori non sono abituati, ma accentua un problema comune: la mancanza di chiarezza e trasparenza nel comunicare con gli studenti. Non è raro che manchino delucidazioni sui metodi di svolgimento o tempistiche degli appelli d’esame. I tirocini sono per la maggior parte sospesi, come è giusto che sia, ma manca l’elasticità che permetta allo studente di svolgere il tirocinio in un momento successivo e allo stesso tempo sostenere esami o lavorare durante l’estate (che è l’unico mezzo che molti hanno per pagare l’Università).
Un altro elemento preponderante che la crisi aperta dal COVID-19 ha fatto emergere è l’elitarismo degli accessi a numero chiuso nelle facoltà italiane. L’appello prima del governo regionale e poi di quello nazionale ad accellerare i corsi di laurea in medicina e infermieristica ha fatto esplodere la bolla e l’inconcludenza del numero chiuso, inventato di fatto per contingentare la domanda di occupazione e professionalizzazione di migliaia di persone a fronte di un’offerta occupazionale lesa da anni di tagli tanto alle strutture quanto alle risorse umane. In questo periodo particolarmente difficile la retorica salvifica degli operatori in trincea nasconde turni massacranti, precarietà e scarse tutele del sistema ordinario della sanità, in questo caso sia pubblica che privata. Anche fuori emergenza la vita di un barellista o di un medico di corsia è tutt’altro che semplice. Pochi mesi fa ad insorgere furono i medici di base che da anni chiedono lo sblocco di bandi d’assunzione che permetterebbero a molti medici attuali di andare in pensione, costretti invece a ritardare di due o tre anni il proprio congedo per non lasciare scoperto il ruolo. Al contempo anche gli operatori sanitari e amministrativi della sanità privata in tutte le regioni sono stati protagonisti di una lunga vertenza per il rinnovo del contratto e l’adeguamento agli standard occupazionali minimi (neppure troppo esaltanti) della sanità pubblica. In alcune strutture, soprattutto le diurne, il sistema assistenziale si rifà sulla figura dell’Operatore Socio Sanitario, una figura che spesso ricopre incarichi e mansioni di personale specializzato e qualificato ma senza lo stesso inquadramento occupazionale e senza lo stesso riconoscimento. Strutture ospedaliere chiuse e medici costretti a svolgere l’incarico in più strutture della provincia contemporaneamente. Lo scenario già prima dell’emergenza Coronavirus era quello di un film distopico. Questa Pandemia rivela le falle della società contemporanea proprio nell’ambito di principale resilienza, quella della salute e della cura, stracciando la maschera di supposte eccellenze come quella del sistema sanitario dell’Emilia Romagna per esempio. Mai come oggi sentiamo la necessità di cambiare in toto paradigma. Medici, infermieri, insegnanti, ingegneri, fisici e scienziati non possono essere un corpo d’Elitè della nostra società. Ma nervo e struttura. Da una parte dunque va consentito l’accesso alla formazione di questi campi del sapere a chiunque voglia intraprendere questa strada, dall’altro vanno sbloccate le risorse e implementate le professionalità sì da favorire una cura completa dei pazienti e dei malati, garantendo tutte le tutele ai lavoratori del settore. Dopotutto, cosa c’è di più generoso e meritevole di riconoscimento del mettersi in gioco per gli altri? Infine vorremmo proporre un ragionamento sul futuro. Quando l’emergenza terminerà di sicuro bisognerà riprendere la normale attività didattica. Il metodo della didattica Online ci è stato però presentato come “sperimentale” e non ci sembra assurdo ritenere che molte università vogliano continuare ad adottarlo anche successivamente, magari come metodo alternativo alla didattica in presenza. Oltre alle conseguenze che questo potrebbe avere sull’apprendimento, ci chiediamo: chi pagherà a lungo termine gli strumenti necessari? Come si evolverà il rapporto tra le università e le piattaforme private? Chi ci rimetterà? Ci sembra che al momento questo metodo didattico sia l’unico mezzo, ma che debba rimanere un mezzo e non diventare un fine.
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